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Bronzi di Riace presto ''clonati''


Avranno il compito di rappresentare il simbolo itinerante della cultura della Calabria nel mondo

CATANZARO. I Bronzi di Riace saranno presto ''clonati''. E le loro repliche esposte per la prima volta a Bruxelles in autunno in occasione della mostra ''Eurpolia''. Ad anticipare l'evento è stato ieri mattina il presidente della Giunta regionale della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, nel corso del tradizionale incontro di inizio anno con i giornalisti. Scopo dell'iniziativa, ha riferito, trasformare le due opere d'arte in simbolo della cultura della Calabria nel mondo.
La storia dei Bronzi. Il 16 agosto del 1972 un giovane subacqueo, Stefano Mariottini, impegnato in una battuta di pesca a Riace, in provincia di Reggio Calabria, s'imbattè in due magnifiche statue di bronzo. Le statue giacevano ad otto metri di profondità ed a 300 metri dalla riva al largo di Marina di Riace. Sull'arrivo dei due bronzi fino a Riace sono state elaborate diverse teorie. Qualcuno ipotizzò che i due bronzi furono gettati in mare dall'equipaggio di una nave in difficoltà per mare grosso, ma in seguito si trovò un pezzo di chiglia appartenuta ad una nave romana d'età imperiale. Per questo motivo si pensa che la nave doveva far parte di un convoglio che trasportava l'intero gruppo dei bronzi, la cui sorte è ancora sconosciuta. Nel 1975 le statue furono portate a Firenze per un restauro. A Firenze si scoprì che i bronzi furono fabbricati con il metodo della fusione diretta. Un metodo poco usato in quanto consentiva errori: perchè quando si versa il bronzo fuso il modello originale si perde per sempre. Nel 1979 vennero esposti nel museo archeologico del capoluogo toscano. Seguì il loro spostamento a Roma e infine nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Le due preziose statue sono meta, ogni anno, di circa 130mila visitatori. Ancora è incerto chi rappresentino le due statue. Si trattava di due atleti oppure di due guerrieri? O ancora di due eroi figli di Zeus o di Apollo? La tesi più accreditata è quella di Paolo Moreno, docente di Archeologia e di Storia dell'arte greca e romana all'Università di Roma Tre. Il bronzo detto ''il giovane'' potrebbe rappresentare Tideo, un feroce eroe proveniente dall'Etolia, figlio del dio Ares (o del re Eneo) e protetto di Atena. L'altro bronzo, detto ''il vecchio'', raffigurerebbe invece Anfiarao, un profeta guerriero. Entrambi parteciparono alla mitica spedizione della città di Argo contro Tebe, e Anfiarao aveva persino profetizzato la propria morte sotto le mura di Tebe e la disastrosa conclusione dell'avventura. Oltre ad aver identificato i due personaggi, Moreno ha individuato gli artefici delle statue e trovato l'originale collocazione dei due pezzi. Analizzando la terra estratta dalle statue, si è scoperto che quella di un bronzo proveniva dall'Atene di 2.500 anni fa, mentre quella dell'altro apparteneva alla pianura dove sorgeva la città di Argo, più o meno nello stesso periodo. Si è inoltre scoperto che le statue furono fabbricate con il metodo della fusione diretta. La provenienza geografica e la tecnica usata hanno portato a sostenere che l'autore del ''giovane'' fosse Agelada, uno scultore di Argo che, a metà del V secolo a. C., lavorava nel santuario greco di Delfi e nel Peloponneso. Per quanto riguarda il ''vecchio'', i risultati dell'analisi hanno confermato l'ipotesi sostenuta dall'archeologo greco Georghios Dontas: a scolpirlo fu Alcamene, nato sull'isola di Lemno, che pare avesse ricevuto la cittadinanza ateniese per i suoi meriti d'artista. Ai risultati della ricerca Moreno ha unito lo studio di documenti storici. Come quelli lasciati dal greco Pausania, che aveva redatto tra il 160 e il 177 d. C. una vera e propria guida turistica dei luoghi e dei monumenti della Grecia. In particolare, Pausania scrisse di aver visto nella piazza principale di Argo un monumento ai ''Sette a Tebe'', gli eroi che fallirono nell'impresa di conquistare la città, ed ai loro figli, gli Epigoni, che li riscattarono ripetendo l'impresa con successo. Il gruppo di Argo avrebbe ricompreso, dunque, i due bronzi di Riace ed altre statue di eroi, circa una quindicina, tutte provviste di elmi, lance, scudi e spade: lo si è dedotto dalla posizione delle braccia ed anche dal ritrovamento successivo, sui fondali marini presso Riace, del bracciale dello scudo di un guerriero, sempre di bronzo. Da un'attenta analisi delle statue si sono potuti accertare anche altri dettagli. Le statue erano abbellite da elementi cromatici: il rosso del rame evidenziava i capezzoli e le labbra, gli occhi erano pietre colorate, i denti d'argento. Secondo Moreno, inoltre, il capo di Anfiarao era cinto da una corona di alloro, simbolo della carica di profeta: l'indizio che conferma la teoria è dato dalla presenza di un foro sulla nuca, espediente spesso usato per unire alla statua gli ''accessori'' necessari. Moreno ha dedotto che le statue poggiavano su un semplice podio semicircolare in pietra, del diametro di 13 metri, tuttora esistente. Degli altri bronzi sono rimasti soltanto indizi indiretti: pitture su vasi greci o copie in marmo di statue di epoca romana. Questi bronzi sono di impareggiabile fattura e possono essere collocati in uno dei periodi più floridi della civiltà greca e della cultura dell'intera umanità. I bronzi, sottoposti alla delicata e competente opera di restauro degli esperti fiorentini, solo dopo nove anni dalla loro scoperta, nel 1981, sono apparsi al pubblico. Le due statue bronzee, alte circa due metri, sono state distinte in statua ''A'' e statua ''B''. La statua ''B'', con l'occhio mancante, è priva di scudo, di lancia e di elmo che ricopriva il capo. I suoi capezzoli e le sue labbra sono in rame come nella statua ''A'', l'occhio residuo è in calcare ed il suo braccio destro non è quello originale, ma venne attaccato in epoca successiva. Anche la statua ''A'' è priva di lancia e di scudo, ma non possedeva l'elmo. Ha occhi d'avorio e ciglia d'argento.

Fonte: Il Giornale di Calabria

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